Lo dico chiaramente. Il modo con cui si sta sviluppando il percorso congressuale del  Pd toscano rischia seriamente di non essere all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte. Si profila l’ennesima conta senza confronto sui contenuti. Una liturgia che riguarda qualche decina di dirigenti che si compongono, si scompongono e si ricompongono in funzione degli assetti presenti e futuri (parecchio presunti), senza nessuna connessione con la realtà. L’unitá trovata sulla candidatura Bonafé é solo una convergenza di facciata. Lo dimostrano platealmente la possibilità che i sui sostenitori si dividano in più liste e l’assenza di una piattaforma programmatica condivisa.
La nostra gente assiste disorienta e preoccupata, ad eccezione di qualche tifoseria irriducibile che si é già collocata in curva con striscioni, bandiere, poster, cori e tamburi. Peccato che non siamo allo stadio.
In diversi abbiamo provato a chiedere un supplemento di riflessione nelle settimane scorse, ma non siamo stati ascoltati.
E non ci si nasconda dietro le regole e l’esigenza di avere rapidamente organismi pienamente legittimati.
Temi reali, ma che potevano essere affrontati diversamente.
Nessuno vietava una fase preliminare di ascolto dei circoli, di confronto con i nostri amministratori locali e di approfondimento con i mondi dei saperi, della cultura e della rappresentanza sociale.
Il punto cruciale oggi per il Pd toscano a mio avviso sarebbe stato la costruzione almeno di un canovaccio condiviso per affrontare la rottura storica alla quale siamo di fronte.
Un minimo comune denominatore, sul quale le differenti opzioni avrebbero potuto dare vita ad una dialettica virtuosa. E invece no, salvo rare e lodevoli eccezioni, si é andati avanti ragionando solo sugli schemi di gioco e non ricercando un confronto sulla situazione della Toscana e del Pd.
L’unico sussulto positivo di questi mesi é la definizione di un piano condiviso tra il Pd e Rossi per affrontare gli ultimi 18 mesi della legislatura Regionale.
Il compito del congresso però dovrebbe essere quello di guardare oltre l’immediato e delineare una prospettiva.
La sensazione é che non ci sia la consapevolezza della rottura storica alla quale siamo di fronte. Servirebbe un’innovazione radicale che superasse lo schema del renzismo e dell’anti renzismo. E invece quello schema persevera. Da una parte si ha la sensazione del disco sempre piú rotto, dall’altra sembra che si punti a una sorta di contro-rottamazione, come se la soluzione dei problemi fosse solo sostituire qualche dirigente che ci sta sulle scatole. E poi su tutti fronti dilaga il politicismo e non la voglia di costruire un nuovo progetto.
Intendiamoci chi é senza peccato scagli la prima pietra. Errori li abbiamo fatti tutti, ma almeno dovremmo evitare di ripeterli e trarre qualche lezione da ciò che sta avvenendo.
Io credo che il congresso prima di tutto, dovrebbe mettere il piedi nel piatto su alcune questioni di merito e non limitarsi a una conta nominalistica.

Faccio alcuni esempi.

A mio avviso esiste anche in Toscana un problema di sotto-retribuzione e di precarizzazione estrema che riguarda la dignità calpestata di migliaia di persone soprattutto giovani. Questa é una delle cause dell’emergere anche da noi di disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza.
Mi riferisco all’esternalizzazione con gare al massimo ribasso di parti del processi produttivi e di alcuni servizi, con conseguenze che si scaricano sui lavoratori, alle cooperative finte, all’uso distorto di alcune forme contrattuali, all’assenza di tutele per i lavoratori della gig economy, ecc. Per non parlare di fenomeni di caporalato, di economia sommersa, ecc. E non si dica che questo é effetto della crisi. Ciò avviene anche in settori e territori che hanno avuto andamenti positivi e questo dimostra come ci sia iniquità nell’allocazione delle risorse. Qualcuno potrebbe dire che questi fenomeni sono sempre esistiti. È vero, ma prima erano marginali, erano imperfezioni fisiologiche del mercato del lavoro. Ora siamo alla patologia, nel senso che crescono progressivamente le persone sottopagate rispetto al lavoro che svolgono. Queste persone non vedono nei soggetti della rappresentanza politica e sociale degli interlocutori in grado di aiutarli a migliorare le proprie condizioni di vita. Spesso entrano in competizione con l’immigrato che é disposto a lavorare in contesti peggiorativi. È assai probabile che queste persone siamo andate e vadano ad ingrossare le file della protesta e del populismo. Forse il Pd toscano dovrebbe fare un giro tra i lavoratori che operano nei magazzini, nei trasporto merci, nei call center, nelle consegne a domicilio, nelle pulizie, nelle strutture turistiche, in agricoltura, tra gli interinali di tanti comparti, ecc. Ovviamente non voglio generalizzare. So bene che ci sono tante imprese serie che subiscono la competizione di soggetti scorretti.
Forse servirebbe una grande indagine sul lavoro in Toscana con l’obiettivo di assicurare le basi conoscitive per un nuovo patto sociale che dovrebbe avere tra le priorità il contrasto al lavoro sotto pagato e alle forme di concorrenza sleale. Il tutto nella consapevolezza dei limiti dettati dai diversi livelli di competenza regionale e nazionale.

Ho voluto citare questa tematica perché é emblematica di come anche in Toscana l’ascensore sociale per tante persone abbia cominciato a scendere verso il basso generando insicurezza e rabbia. Si é interrotta così, nonostante qualche timido segnale di ripresa economica, quella capacità di generare quella graduale diffusione del benessere che aveva caratterizzato per 60 anni l’azione della sinistra e del centrosinistra in Toscana.

Un’altra questione centrale ed invece sottovalutata é quella delle aree interne, dove alle disparità economiche, si sommano quelle territoriali. Mi riferisco alla difficoltà ad accedere ai servizi che si sta manifestando nei contesti rurali e montani. Penso ad esempio ai processi di razionalizzazione che interessano i trasporti pubblici, le reti scolastiche, gli uffici postali e gli sportelli bancari. Per non parlare delle condizioni dei piccoli comuni e delle reti viarie gestite dalle province. Non credo sia un caso se dalle analisi dell’Osservatorio Elettorale toscano emerge che le peggiori performance del centrosinistra rilevate il 4 marzo scorso si hanno nei comuni sotto i 3000 abitanti. Del resto alcuni studiosi segnalano come anche su scala internazionale i populismi e i sovranismi attecchiscono prima nei territori periferici e come ci sia un nesso tra questo e gli effetti del combinato disposto tra crisi e cambiamenti. Forse il Pd dovrebbe proporre un piano per le aree interne della Toscana. Questo servirebbe anche a dare il senso di un’attenzione a tutte le zone della regione, nessuna esclusa.

A ciò si lega anche l’incertezza che da anni contraddistingue l’ ordinamento delle autonomie locali a partire dalla vicenda delle province. In una Regione dove da sempre il consenso del centrosinistra é stato legato a filo doppio al buon governo degli enti locali l’instabilità a cui abbiamo condannato le istituzioni territoriali, sommata ai tagli di risorse ci ha fatto pagare prezzi non banali nel rapporto con i cittadini. Anche l’approccio al tema fusioni/unioni consiglierebbe una verifica. Così come andrebbe recuperata la dimensione collaborativa nel rapporto tra gli enti locali e tra questi e la regione. Una dimensione che storicamente aveva rappresentato un valore aggiunto e che é stata progressivamente sostituita da un approccio competitivo e spesso conflittuale anche tra enti amministrati dal Pd. Insomma anche queste questioni meriterebbero una proposta organica da parte del Pd toscano.

In questo quadro andrebbe collocato un rilancio dell’elaborazione sui processi partecipativi. Tema sul quale la Toscana aveva fatto da apripista nel decennio scorso e rispetto al quale l’attenzione si é affievolita proprio mentre si acuiva la crisi dei soggetti della rappresentanza tradizionale. Così abbiamo lasciato spazio spinte particolaristiche che hanno preso il sopravvento rispetto a scelte strategiche che appaiono calate dall’alto. Senza capacità di coniugare partecipazione e decisione, la visione d’insieme e l’interesse generale non diventano patrimonio collettivo.

Altra questione sulla quale servirebbe uscire da un approccio ondivago ed estemporaneo é quella del rapporto tra pubblico e privato nella governance dei servizi pubblici locali, da legare al tema della dimensione ottimale degli ambiti di gestione degli stessi. Questioni su cui ci sono forti tensioni nel sistema istituzionale toscano e che sono diventate terreno d’iniziativa dei nostri avversari, Per questo, anche qui, servirebbero un approfondimento di merito, un confronto e nuova proposta del nostro partito.

E poi non possiamo non affrontare il congresso del Pd toscano senza mettere in condizione iscritti ed elettori di discutere sull’immigrazione. A me ha colpito come, secondo alcune ricerche, nelle ex regioni rosse la discrasia tra realtà e percezione dei cittadini rispetto a questa problematica sia tra le più alte in Europa. Ciò significa che alle radici della rottura del trend elettorale storico, c’é anche una profonda rottura culturale che attraversa la società toscana. Che facciamo? Continuiamo ad oscillare tra un approccio ideale slegato dalla realtà e la rincorsa della destra? O forse sarebbe il caso che dal congresso regionale del Pd emergesse una proposta che a mio avviso dovrebbe prevedere un piano per l’integrazione, la cittadinanza, il governo e il controllo dei flussi, il rispetto rigoroso della legalità, la tolleranza zero verso tutti i fenomeni criminali. Una strategia fondata su diritti e doveri, sottolineo anche doveri per coloro che noi giustamente accogliamo. Sono molto d’accordo con quanto affermato da Beppe Sala nei giorni scorsi.

Ho posto a titolo di esempio alcune questioni programmatiche che dovrebbero essere al centro del nostro dibattito, ma ce ne sarebbero molte altre meritevoli di attenzione. Penso al tema del diritto alla salute, dello sviluppo e al rapporto tra Toscana ed Europa.

Bisognerebbe che dal congresso emergesse anche un’idea su come affrontare i passaggi del 2019 e del 2020. Ci affidiamo solo alla corrida dei candidati o si pensa che serva anche altro? Si discute solo del nome e di virate politiciste al centro o a sinistra o serve qualcosa di più?
Io credo che il Pd debba rispondere a un imperativo categorico.
Costruire qualcosa di più grande rispetto a ciò che rappresenta oggi il Pd.
Dobbiamo prendere atto che il perimetro del consenso del nostro partito sta subendo in Toscana una contrazione strutturale e non si può rispondere a questa situazione con coalizioni vecchio stampo, semplicemente perché non esistono quasi più nei territori soggetti politico-elettorali realmente rappresentativi.
Allora io credo che bisogna inventare qualcosa di nuovo, passando anche da vere e proprie sperimentazioni sul campo. Non esistono modelli precostituiti, ma si può immaginare un metodo che punti a costruire alleanze politiche, sociali civiche costruendo quanto prima comitati aperti a non iscritti ai partiti in tutti i comuni. E verso le elezioni regionali del 2020 occorrerebbe pensare a un comitato promotore di un’Alleanza Democratica per la Toscana composto in via prevalente da forze esterne ai partiti collegati a comitati da costituire in ogni comune. Il compito di questa Alleanza dovrebbe essere quello di definire il programma e attraverso regole condivise scegliere il candidato presidente. A me non spaventa l’idea di una cessione di sovranità a un soggetto più largo. Così come affronterei con coraggio alcune tematiche che hanno contribuito al successo del M5S, penso alle questioni della partecipazione, della trasparenza, della legalità, della sostenibilità, del rafforzamento del ruolo pubblico in materia di grandi servizi. Considerare il quadro politico in modo statico a mio avviso é un errore, noi dovremmo lavorare per modificarlo aprendo anche contraddizioni nel campo altrui. Può darsi che i miei siano ragionamenti sbagliati, ma il congresso regionale non può non pronunciarsi su queste questioni.

In un congresso poi non si può non discutere delle gravi condizioni in cui versa la struttura organizzativa del partito. Ci rassegniamo al progressivo deperimento o inventiamo qualcosa?
Sarebbe utile misurarsi con qualche proposta innovativa, con un’idea di riforma dello statuto a partire dalle modalità con le quali si svolgono i congressi.
Massimo Cacciari ad esempio ha rispolverato una sua vecchia idea che ho sempre ritenuto meritevole di attenzione. Quella del partito a forte impronta federale. E se dalla Toscana partisse una battaglia per il protagonismo dei territori e il ridimensionamento delle peso delle filiere correntizie nazionali? In questi anni abbiamo pagato un prezzo legato alla subalternità ai capi corrente che ha mortificato l’autonomia dei livelli territoriali del partito, non dimentichiamocelo.

Fatti tutti questi ragionamenti si arriva a un bivio. Proporre di disertare il congresso o sostenere la candidatura di Valerio Fabiani provando ancora una volta a dare battaglia dall’interno. Non nego che sono stato in questi giorni molto attratto dalla prima opzione. Gli effetti però sarebbero dirompenti e distruttivi. Siccome credo che il Pd abbia ancora la possibilità di riscattarsi penso che il modo migliore per portare avanti le idee che prima ho provato a rappresentare, sia quello di provare a sostenere l’impegno di Fabiani.
Con Valerio ci siamo confrontati spesso in questi mesi e non sempre siamo stati allineati. Anche in queste settimane c’é stato qualche punto di vista diverso, come si può comprendere anche da quanto detto in premessa e dal fatto che non ho sottoscritto la sua candidatura.
Detto questo non posso non apprezzare il fatto che Valerio si sia battuto con forza per avere un congresso diverso da quello che ci apprestiamo a celebrare.
Così come non posso non evidenziare come, per ora, solo la sua candidatura sia accompagnata da una bozza di documento che rappresenta una buona base di partenza per arrivare ad una piattaforma programmatica più compiuta. Una traccia che potrá essere ulteriormente arricchita nelle prossime settimane.
E poi c’é la vicinanza valoriale, elemento questo per me di non poco conto.
A Valerio Fabiani chiedo però due cose.
La prima é quella di fare proposte che segnino la rottura degli schemi congressuali dei passati congressi. Renzismo e anti renzismo sono due facce della stessa medaglia. Bisogna andare oltre per non rimanere prigionieri di schemi vecchi e rigidi. Dobbiamo guardare avanti e avere il coraggio di navigare in mare aperto, senza approcci nostalgici e logiche di rivalsa.
La seconda riguarda la necessità di mettere i piedi nel piatto delle questioni di merito. Va lanciata nei prossimi giorni un’offensiva fatta di proposte sull’idea di Toscana, su come affrontare i passaggi del 2019 e del 2020, su come realizzare una nuova forma partito. Non basta dire cosa non va, bisogna anche indicare una direzione di marcia.

Mi auguro che Valerio Fabiani si muova in questo senso. Così facendo creerebbe le condizioni affinché tante persone, che oggi sono alla finestra, possano dare una mano a un progetto di cambiamento.
Spero che ciò avvenga anche perché in politica contano i contenuti, ma contano tanto anche i segnali. Solo con un buon risultato di Fabiani si può trasmettere il messaggio che va aperta una nuova fase.
Chi non vuole cogliere questo aspetto, non venga poi a lamentarsi a cose fatte.

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