Il vento che in Europa sta sconquassando i sistemi politici e in alcuni casi istituzionali nati nel 900 sta soffiando forte anche in Italia. Quell’assetto che si era consolidato nel secondo dopoguerra, salvo rare eccezioni che confermano la regola, oggi non c’è più. il socialismo europeo é a pezzi. Pensiamo a cosa sono oggi il PS francese, il Pasok, , il Psoe, solo per fare alcuni esempi. Pensiamo alla Spd inchiodata al suo minimo storico e la stessa vicenda del Labour Party che incrociata con la Brexit assume connotati inediti. Per completare il quadro oltreoceano abbiamo il fenomeno Trump. Nascono nuove formazioni politiche, emergono impostazioni sovraniste e populiste, riemergono inquietanti pulsioni razziste. L’asse valoriale si sta spostando a destra, soprattutto nei ceti popolari e nelle classi medie impaurite. Ma non c’è solo questo, ci sono tanti elementi inediti che non possono essere inquadrati con vecchie chiavi di lettura. Il risultato delle elezioni parlamentari italiane, pur inserito nelle peculiarità e nelle anomalie che hanno caratterizzato gli ultimi decenni di storia politica del nostro Paese (la democrazia bloccata, l’avvento della cosiddetta seconda repubblica, ecc), va collocato in questo scenario. Altrimenti rischiamo di fermarci a un serie di recriminazioni di superficie che potrebbero essere letali.
Detto questo non voglio sfuggire a qualche riflessione più specifica sulla nostra vicenda.
Ieri il centrosinistra ha perso. Hanno perso tutte le forze democratiche e progressiste. Noi, sottolineo, noi, abbiamo perso.
Ha perso Renzi e il gruppo dirigente a lui più vicino, che per una fase era riuscito a mettersi in sintonia con la voglia di cambiamento degli italiani. I fattori di successo iniziali, si sono via via trasformati in punti di debolezza. Non si é voluto fare i conti con i messaggi progressivamente emersi dalle sconfitte amministrative e dall’esito referendario, fino a dare l’idea dell’arrocco e del distacco dal sentire diffuso delle persone. L’azione positiva dei governi del Pd non è bastata a colmare questa distanza.
Ha perso chi ha dato vita alla scissione, non costruendo un progetto politico all’altezza delle sfide del nostro tempo, ma limitandosi a un’operazione di puro riposizionamento di ceto politico.
Hanno perso quelli che come me hanno provato a combattere una battaglia interna, senza però riuscire mai a mettere in campo un’idea mobilitante in grado di suscitare passioni ed entusiasmo. Abbiamo visto che le cose non andavano, ma non siamo stati in grado di presentare proposte che attecchissero davvero nella società e nei territori.
Che fare?
Non mi interessano approcci vendicativi, rese dei conti, ricerche di capri espiatori. Ci siamo già passati con il binomio ” rottamazione/tifoserie” e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Lo dico molto chiaramente: la situazione è pesantissima, ma il Pd può avere ancora un futuro e può candidarsi nuovamente a svolgere in tempi brevi una funzione utile al Paese e ancorata a valori democratici, progressiste e riformisti.
Non dimentichiamoci che il Pd nasce per provare ad anticipare quei sommovimenti a cui ho fatto riferimento all’inizio del mio ragionamento
Dopo dieci anni dalla nascita del Partito Democratico e alla luce della sconfitta di ieri, vanno create le condizioni per una riflessione seria e approfondita sulla funzione nazionale ed europea del Pd. Prima di tutto serve una lettura critica di quanto avvenuto nell’ultimo decennio. Buttare la croce solo addosso a Renzi sarebbe una scorciatoia sbagliata, come a suo tempo fu errato pensare che bastasse rottamare.
Il gruppo dirigente in carica deve ora creare le condizioni perché si sviluppi quella discussione che in questi anni non c’é mai stata davvero fino in fondo. Si confronti con le minoranze e condivida la strada da intraprendere per aprire un cantiere inclusivo e partecipato per la costruzione di un nuovo progetto per il Pd. Un progetto che nei contenuti affronti nodi come la crescita delle disuguaglianze e della precarietà, dell’impronta valoriale, della funzione europea, della riforma delle istituzioni e del governo delle grandi trasformazioni in sintonia coni ceti popolari. E poi i temi della partecipazione e della rappresentanza. Affermare che i partiti e i corpi intermedi hanno visto un ridimensionamento della loro presa sociale é giusto, lasciarli a se stessi senza un’idea di riforma é un errore.
Insomma, se non ora quando..

Pur dentro la cornice della sconfitta nazionale, va detto che il Pd in provincia di Siena ha avuto un risultato dignitoso. Visto l’andamento dei diversi territori nei collegi il voto dei democratici senesi è stato decisivo per eleggere Susanna Cenni, Pier Carlo Padoan e Riccardo Nencini. A loro si aggiunge anche Valeria Fedeli, che non ce l’ha fatta nel collegio uninominale, ma endrà comunque al Senato grazie alla candidatura nel plurinominale. Agli eletti va il mio augurio per il difficile compito che li aspetta nel nuovo Parlamento. 

Colgo l’occasione per ringraziare Andrea Valenti, l’esecutivo provinciale, i segretari di Unione Comunale e di Circolo e tutti i volontari che con il loro impegno hanno consentito di far ottenere al Pd delle Terre di Siena un risultato per niente scontato, visto il contesto.

Un’ultima considerazione. Il buon risultato ottenuto dal Pd e dal centrosinistra nella città di Siena deve caricare tutti di un di più di senso di responsabilità, di spirito costruttivo e volontà di ricercare sintesi con l’obiettivo di preparare al meglio le prossime elezioni comunali.

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